{"id":898,"date":"2022-11-08T18:23:44","date_gmt":"2022-11-08T18:23:44","guid":{"rendered":"https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/?p=898"},"modified":"2022-11-09T12:41:11","modified_gmt":"2022-11-09T12:41:11","slug":"898","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/?p=898","title":{"rendered":"Le Organizzazioni di Destra Giovanili negli anni &#8217;70 &#8211; di Luca Bellia"},"content":{"rendered":"\n<p>L&#8217;analisi dei gruppi di destra italiana, per quanto riguarda il segmento giovanile,<br>rappresenta un campo di studio non ancora del tutto esplorato, dal momento che il ricco lavoro di ricerca scientifica svolto nel 1970, ha principalmente analizzato il ruolo dei gruppi di estrema Destra o del Movimento Sociale Italiano.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo progetto di ricerca \u00e8 invece incentrato sulle motivazioni e sulle attivit\u00e0 dei gruppi giovanili di Destra politica degli anni Settanta in Italia, che non implicava l&#8217;uso della violenza.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Lo scopo di questo lavoro \u00e8 presentare le caratteristiche principali del progetto di ricerca, per delineare l&#8217;argomento applicando una metodologia coerente. Particolare attenzione \u00e8 riservata all&#8217;analisi delle fonti e alle leve antropologiche coinvolte nell&#8217;analisi di questo<br>fenomeno; inoltre, viene esaminato l&#8217;arco cronologico della ricerca, nonch\u00e9 la<br>questione del ricorso alla violenza dei gruppi giovanili.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\"><strong><em>\u00abA scuola la scelta della Destra era l&#8217;unica contro l\u2019omologazione, per un giovane che voleva fare politica, come me, c\u2019erano solo la Sinistra oppure l\u2019emarginazione; se eri emarginato venivi etichettato subito come fascista\u00bb<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Le parole di Marco Zacchera, responsabile del Fronte della Giovent\u00f9 verbanese, offrono uno spunto rilevante per scrivere del presente progetto di ricerca, che intende studiare una galassia umana eterogena e complessa, eppure unita entro il perimetro politico della destra. Il quesito alla base del lavoro si sostanzia nell\u2019analisi delle ragioni che portarono i giovani a entrare nella \u201criserva indiana\u201d della Destra e, contestualmente, nell\u2019indagine sulle forme dell\u2019attivit\u00e0 di questi gruppi.<\/p>\n\n\n\n<p>In altre parole, che cosa spingeva ragazze e ragazzi a fare politica da Destra?<\/p>\n\n\n\n<p><br>Sono elementi profondamente interrelati, le motivazioni che causarono la scelta e le declinazioni<br>dell\u2019azione politica, tanto da tenere insieme anime molto differenti e approcci ideologici decisamente distanti.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"279\" height=\"181\" src=\"http:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/Ordine-Nuovo.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-906\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><br>. Roberto Chiarini ha scritto che, negli anni Settanta, la Destra affascinava i giovani sia per la<br>sua forte carica antisistemica e minoritaria, sia per lo spiccato carattere militante proposto.<br>. La chiave di lettura identitaria \u00e8 rilevante in questa ricerca, cos\u00ec come le dinamiche legate alla memoria poich\u00e9 potrebbero contribuire a gettare luce su un ambito storiografico sondato unicamente attraverso contributi settoriali.<br><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019identit\u00e0 e la memoria sono concetti primari per la comprensione di queste formazioni: il<br>riconoscimento e l\u2019accettazione in un gruppo, unito al richiamo nostalgico a momenti del passato, generato in prima battuta dalla non accettazione del regime politico in cui esse vivevano, sono campi di studio da esplorare in maniera approfondita, soprattutto per quella parte politica saldamente legata ad un misto di ideologia e sentimenti.<\/p>\n\n\n\n<p><br>. \u00c8 necessario affrontare la questione dell\u2019identit\u00e0, dalla costruzione al consolidamento, di questa comunit\u00e0 di \u201cesuli in patria\u201d allo scopo di cogliere meglio le componenti superficiali e profonde, gli ideali, le aspirazioni e le azioni dei ragazzi che \u201cstavano a Destra\u201d.<br><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo della ricerca sono le organizzazioni non rivolte programmaticamente a scopi eversivi,<br>o perlomeno quelle che non avessero scelto la violenza come via preminente del loro agire nel<br>confronto con gli avversari politici. L\u2019arco temporale di riferimento, ovvero il decennio, \u00e8 denso di<br>episodi terroristici, omicidi, attentati e resta dunque inderogabile affrontare il rapporto problematico di questi gruppi con la violenza.<br><\/p>\n\n\n\n<p>In quegli anni il processo di politicizzazione raggiunse il culmine e le generazioni pi\u00f9 giovani si<br>definirono in tale contesto, nella temperie della radicalizzazione dello scontro politico, in risposta alle scelte dei loro coetanei, per mezzo di ideologie e atteggiamenti peculiari. Il continente europeo visse, nella seconda met\u00e0 del XX secolo un periodo di politicizzazione di massa dei giovani, che mai come allora parteciparono alla vita politica.<\/p>\n\n\n\n<p><br>. Necessita un chiarimento anche il peso del contesto internazionale, molto presente nell\u2019osmotico ambiente giovanile a partire dal Sessantotto avveniva fuori dai confini concorreva a delineare gli argomenti dibattuti in sezione e nella piazza, determinava scelte tattiche.<\/p>\n\n\n\n<p><br>. \u00c8 da sottolineare che il Movimento Sociale Italiano divenne il baluardo istituzionale delle<br>formazioni di Destra, dai nostalgici neofascisti fino ai tradizionalisti cattolici, passando per i<br>sostenitori della monarchia, non solamente per l\u2019accordo con i monarchici, i quali di fatto entrarono nel MSI nel 1972, ma anche per il ruolo egemone svolto in quell\u2019area politica a partire dalla prima met\u00e0 degli anni Sessanta. Inoltre, il politologo Tarchi ha argomentato che \u00abl\u2019ambito sociale a cui il MSI ha rivolto gli sforzi di penetrazione pi\u00f9 continui e diretti \u00e8 [stato] quello delle giovani generazioni\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"543\" height=\"700\" src=\"https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/MSI-1975.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-907\" srcset=\"https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/MSI-1975.jpg 543w, https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/MSI-1975-233x300.jpg 233w\" sizes=\"auto, (max-width: 543px) 100vw, 543px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><br>.Nelle pagine successive, verr\u00e0 delineato lo stato della ricerca sulla materia e si cercher\u00e0 di<br>precisare la collocazione della tesi dottorale in questo contesto; in seguito, saranno esaminate le fonti primarie e secondarie a disposizione degli storici, al netto delle lacune nella documentazione ufficiale.<br>La terza parte si occuper\u00e0 della definizione dell\u2019oggetto della ricerca, ovvero, come accennato in<br>precedenza, le formazioni di Destra non eversive o esclusivamente votate all\u2019uso della violenza,<br>spesso ampiamente confuso con le formazioni eversive e terroristiche, dei suoi limiti spaziali e<br>temporali.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\" start=\"2\"><li>Lo stato dell\u2019arte<br>La storiografia si \u00e8 spesso confrontata con la destra italiana, sebbene le analisi sistematiche sulla<br>storia del MSI siano esigue e quelle maggiormente citate pertengano a due studiosi di formazione politologica, ossia Piero Ignazi e Marco Tarchi10. Sono da considerarsi utili le opere di Nicola Rao, ricche di interviste a personaggi poco raggiungibili, e Adalberto Baldoni, uno degli intellettuali moderati di destra che ha contribuito a scriverne la storia11. In generale, i numerosi contributi degli studiosi guardano con angolazioni tematiche e cronologiche differenti al fenomeno, a cominciare<br>Si confronti, ad esempio dagli imprescindibili lavori di Giuseppe Parlato, notevoli per le riflessioni proposte, per la variet\u00e0 dei temi trattati e per le fonti primarie utilizzate.<br>Sarebbe impossibile, in poche righe, ricordare i molti articoli che toccano in modo tangenziale<br>l\u2019oggetto della ricerca: dagli approfondimenti sull\u2019identit\u00e0 della comunit\u00e0 neofascista, passando<br>attraverso gli studi sulla musica ribelle, fino ai meritori lavori di Loredana Guerrieri sulle influenze del Sessantotto sui giovani universitari neofascisti. Gli anni Settanta hanno stimolato l\u2019attenzione degli storici accademici non da oggi e gli approfondimenti di storia politica, sociale e culturale aiutano a tratteggiare i contorni di anni difficili da afferrare, spesso per il coinvolgimento emozionale degli autori, cos\u00ec determinanti per le scelte dei singoli e dei gruppi politici. Eppure, manca un\u2019analisi organica delle formazioni giovanili che si intende mettere al centro del presente progetto.<br>L\u2019area della destra nel decennio della strategia della tensione e degli anni di piombo \u00e8 stata<br>trattata in saggi, articoli e libri, i quali, principalmente, hanno esaminato nel dettaglio i legami tra l\u2019eversione nera e il partito, oppure il tema della violenza a scopo politico e terroristico. <\/li><li>Occorre citare tre opere spartiacque di recente pubblicazione: La sottile linea nera di Mimmo Franzinelli, la quale coglie nel segno ricostruendo il brodo di coltura dei giovani neofascisti italiani tra gli anni Sessanta e Settanta; L\u2019eco del boato di Mirco Dondi, in cui viene minuziosamente studiato il decennio che va dal 1975 al 1974, fino a raggiungere una nuova e convincente periodizzazione della strategia della tensione; Storia di Ordine Nuovo di Aldo Giannuli ed Elia Rosati, che ricostruisce le vicende di una delle formazioni pi\u00f9 oscure e segnanti del periodo, inserita in una rete di legami interni e internazionali con servizi segreti e vertici militari.<\/li><li>L\u2019ultima storia del partito missino, scritta da Davide Conti, contiene una corposa parte su questo sanguinoso periodo e sui torbidi legami del MSI.<br>Rimane evidente l\u2019assenza di un lavoro storiografico che affronti quantomeno le cause della<br>cosiddetta \u201czona grigia\u201d e che tratti organicamente i militanti di destra delle formazioni meno<br>estremistiche.<br>Nel 1996 Pasquale Serra pubblic\u00f2 un\u2019analisi rilevante della storiografia sulla destra, nella quale<br>individuava due orientamenti prevalenti presso gli storici. Il primo era identificare la storia missina con quella del vertice del partito, assegnando alla comunit\u00e0 di nostalgici un ruolo passivo. Nel medesimo frangente, si procedeva secondo una sovrapposizione dei concetti di destra e fascismo. In tal modo, per Serra, il richiamo simbolico al Ventennio, in capo alla definizione dell\u2019identit\u00e0 della comunit\u00e0 umana neofascista, sarebbe stato sostituito da una errata interpretazione, volta a leggerlo come richiamo sostanziale all\u2019impianto ideologico del Ventennio. Il secondo filone si caratterizzava per la definizione variabile del rapporto della Destra con il fascismo: il \u201cprocesso storico\u201d influenzava costantemente questa relazione e precisava i confini della stessa categoria della Destra.<br>Ora, per quanto attiene al progetto di ricerca alcuni rilievi di Serra sono condivisibili: in gran<br>parte della letteratura vi \u00e8 stata una tendenza, per dirla con Parlato, a raffigurare il partito \u00aba tutti i costi antisistemico e antiparlamentare\u00bb, connesso alle frange pi\u00f9 radicali. In realt\u00e0, esso segu\u00ec la linea della fermezza per guadagnare il maggior consenso possibile: tra le mosse della Segreteria ci fu la gestione fortemente controllata del settore giovanile, come dimostrano una regolamentazione pervasiva e a tratti sofferta dai militanti, talvolta pubblicamente in contrasto con il vertice, e l\u2019apertura ai non iscritti che avessero voluto contribuire all\u2019edificazione della Destra Nazionale.<br>Pertanto, il presente lavoro si propone di introdurre una distinzione tra formazioni votate a fini<br>eversivi oppure all\u2019uso indiscriminato della violenza quale metodo principale di azione politica -in<br>esplicito rifiuto del sistema democratico- e gruppi che facevano politica a destra. Non \u00e8<br>semplicemente una separazione dettata dalle norme statutarie del Fronte della Giovent\u00f9 o del Fronte Monarchico Giovanile, \u00e8 altres\u00ec frutto delle risultanze emerse dal vaglio della documentazione disponibile, proveniente in particolar modo dall\u2019Archivio Centrale dello Stato.<br>Resta da problematizzare il rapporto con il fascismo, giacch\u00e9 allo stacco generazionale degli anni<br>Settanta, avvenuto tramite l\u2019ingresso in politica dei giovani anagraficamente distanti dal Ventennio, si somm\u00f2 quella rottura formale e sostanziale che condusse agli sperimentali Campi Hobbit, ovvero all\u2019ingresso di una nuova Destra nello scenario italiano. Dino Cofrancesco pubblic\u00f2 nel 1983 un saggio in cui offriva una definizione di destra radicale complessa e a tutt\u2019oggi poco usata: la Destra avverserebbe il regime politico democratico, inteso come struttura di potere e non tanto come processo di potere (il quale prende corpo entro la struttura), ma non avrebbe come comune denominatore di tale rifiuto la violenza politica per osteggiarlo; le associazioni dell\u2019area della Destra accetterebbero il funzionamento della democrazia, il processo di potere, pur contestandone la cornice normativa in cui si sviluppa.<br>Egli distingueva \u00abentro la destra radicale, almeno sei gruppi significativi\u00bb, definiti in base al rapporto con il passato, non solamente fascista, ma anche risorgimentale, e riportava all\u2019attenzione il tema della comunit\u00e0 in cui riconoscersi e sentirsi al sicuro. Di nuovo, i temi della memoria e dell\u2019identit\u00e0 si confermano dei crocevia da attraversare per comprendere questa galassia.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"480\" height=\"360\" src=\"https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/MSI-1978.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-909\" srcset=\"https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/MSI-1978.jpg 480w, https:\/\/movimento-sociale-italiano.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/MSI-1978-300x225.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\" start=\"2\"><li>Le fonti per una storia della Destra: problemi e metodologia<br>Il politologo Ignazi nel suo Il polo escluso segnala l\u2019assenza di documentazione ufficiale prodotta<br>dal MSI; per lo storico, questa carenza risultava decisamente invalidante dal momento che il partito non si dot\u00f2 nemmeno di una fondazione culturale con il compito di raccoglierne e gestirne la memoria. Tuttavia, tale lacuna suggerisce alcune riflessioni storiografiche sulla destra, valide anche per gli anni Settanta.<br>Sul punto, lo storico Parlato ritiene che vi siano alcune cause: in primo luogo, la speranza di un<br>ritorno al potere e la \u00abtradizionale diffidenza verso la forma partitica\u00bb, mostrata fin dall\u2019origine,<br>spinsero i missini a non dotarsi di un apparato deputato a registrare il passato, poich\u00e9 il ritorno al potere doveva essere imminente; in secondo luogo, la relazione conflittuale con le correnti e culturali e intellettuali, frequentemente avversate dal vertice negli anni Settanta, determin\u00f2 lo scarso dibattito interno e la \u201cmancata storicizzazione\u201d del fascismo, che rimase da un lato un riferimento costante, dall\u2019altro un tab\u00f9. Secondo Angelo Ventrone, \u00abnon era [\u2026] possibile rielaborare il lutto perch\u00e9 la perdita non era riconosciuta\u00bb.<br>Un\u2019altra spiegazione potrebbe risiedere nella compattezza verso l\u2019esterno di questa galassia,<br>minacciata non soltanto dall\u2019autorit\u00e0 giudiziaria (Almirante venne messo sotto processo per<br>ricostituzione del partito fascista nel 1972 e negli anni Settanta le forze dell\u2019ordine controllarono da vicino le attivit\u00e0 di piazza e di sezione), ma anche dagli scontri con gli avversari e dalla scarsa area di agibilit\u00e0 politica in Parlamento e fuori. L\u2019unit\u00e0 non permise mai di recidere con forza i legami umani, quelli nati in sezione e nelle manifestazioni, tra coloro i quali scelsero la strada dell\u2019eversione o della clandestinit\u00e0, o meglio: della violenza, e gli altri. In breve, la \u201czona grigia\u201d implic\u00f2 un\u2019elevata dose di riservatezza non senza conseguenze sul lavoro degli storici; il punto merita uno spazio d\u2019indagine. Alfredo Mantica, della corrente romualdiana e fiero avversario di Almirante, ha dichiarato:<br><em><strong>\u00abIo non amavo n\u00e9 Almirante, n\u00e9 i sanbabilini, che con la politica c\u2019entravano ben poco: in sezione e alle riunioni si litigava sempre. Ma ero pronto a finire in carcere per difenderli, nessuno fuori dal partito poteva toccarli, il nostro segretario, i nostri militanti\u00bb.<\/strong><\/em><br>Questa diffidenza genetica all\u2019apertura verso l\u2019esterno croll\u00f2 verso la seconda met\u00e0 degli anni<br>Settanta, grazie ai tentativi di dialogo portati avanti con alcuni esponenti del mondo cattolico e della Sinistra e, non va dimenticato, a causa dell\u2019ibridazione culturale per mezzo della musica, della letteratura e della discussione sui valori.<br>La confusione nei ricordi dei giovani militanti degli anni Settanta sulla carenza di un archivio,<br>testimoniata dall\u2019ampia gamma di risposte discordanti fornite a chi scrive, contribuisce alla<br>definizione di un\u2019identit\u00e0 che non affront\u00f2 compiutamente, almeno fino alla seconda met\u00e0 del<br>decennio, il rapporto con la memoria. Non si tratta del legame con il regime fascista e con la<br>Repubblica Sociale Italiana soltanto, perch\u00e9 un certo ricambio al vertice vi fu, perdipi\u00f9 tra i giovani: bens\u00ec di una comunit\u00e0 che si percepiva sotto attacco da parte delle forze antifasciste. La stessa vitalit\u00e0 culturale, ben testimoniata dalle riviste, si ferm\u00f2 sempre nell\u2019alveo dei militanti e dei simpatizzanti destrorsi, senza mai uscire dal \u201cghetto\u201d. In occasione della mostra per i settant\u2019anni dalla nascita del MSI, Nostalgia dell\u2019avvenire. Il Movimento Sociale Italiano a 70 anni dalla nascita, \u00e8 emersa la \u00abvitalit\u00e0 festosa\u00bb24 che contraddistinse questa area politica, ma che fino agli anni Ottanta rimase a uso e consumo dei soli militanti e tesserati.<br>Negli ultimi anni \u00e8 stato compiuto un grande lavoro archivistico dalla Fondazione Ugo Spirito e<br>Renzo De Felice, la quale sistematizza fondi privati di personalit\u00e0 di spicco del partito, a titolo di<br>esempio: Mario Cassiano e Adalberto Baldoni. Sono materiali interessanti, essenziali per ogni studio sulla Destra bench\u00e9 rimangano necessariamente spuri; per ricostruire l\u2019attivit\u00e0 giovanile occorre soffermarsi sui quattro fondi in particolare: Movimento Sociale Italiano, Evenio Arani, Franco Servello e Primo Siena.<br>In aggiunta, l\u2019Archivio Centrale dello Stato contiene documenti, provenienti specialmente dal<br>Ministero dell\u2019Interno e dalla Presidenza del Consiglio, utili a tratteggiare le attivit\u00e0 svolte sul<br>territorio nazionale: il controllo delle autorit\u00e0 fu stretto, nello specifico la prima met\u00e0 degli anni<br>Settanta \u00e8 quasi quotidianamente coperta da rapporti di prefetture e questure. Inoltre, la direttiva Renzi ha reso da poco disponibili una serie di dati sugli incidenti violenti nelle citt\u00e0 italiane che servono a distinguere fenomeni complessi troppe volte ricondotti semplicemente all\u2019eversione.<br>La disponibilit\u00e0 degli ex membri a rilasciare testimonianze, e a lasciare consultare carte personali, ancorch\u00e9 non conservate con criteri archivistici, indica un rapporto tranquillo con il proprio passato anche in relazione ai temi caldi del passato e, insieme, un desiderio di raccontare le esperienze vissute.<br>Allo storico spetta il compito di utilizzare queste fonti primarie con cautela: il valore intrinseco della voce dei protagonisti, piuttosto restii a parlare fino a pochi anni fa, \u00e8 innegabile; sono altrettanto incontrovertibili i meccanismi di autorappresentazione, ad esempio come vittime, e di<br>autoassoluzione che sopraggiungono nella trattazione di un periodo ancora oggi lacerante sia per i protagonisti che per l\u2019opinione pubblica.<br>In proposito, i romanzi d\u2019area e le storie militanti affrescano un ambiente faticosamente ricostruibile dall\u2019interno25. Il clima teso, l\u2019inevitabile scontro, le pulsioni giovanili sono tutti dati eviscerati in questa tipologia di pubblicistica che permette di supplire, in qualche modo, alla cronica mancanza di documentazione interna. In questi testi, la passione politica emerge in ogni pagina e si possono facilmente evidenziare le \u201cstrategie di sopravvivenza simbolica che producono una cultura dei vinti e, in maniera pi\u00f9 o meno efficace, identit\u00e0 collettive centrate su questo trauma fondante\u201d. \u00c8 un nodo da trattare con cautela quest\u2019ultimo: non a caso, nella narrazione degli anni Settanta, visti da ogni parte politica, risulta generalmente difficoltoso ricostruire gli eventi giacch\u00e9 tutti si sentivano vittime degli avversari. I sentimenti esperiti fanno parte della ricostruzione del periodo, in virt\u00f9 del loro ruolo ricoperto nel mobilitare le giovani generazioni.<br>In ogni caso, la lacuna documentale non deve diventare un ostacolo insormontabile a una<br>ricostruzione storiografica. Chi scrive \u00e8 convinto in primo luogo di dover considerare una pluralit\u00e0 di fonti, dalle evidenze documentarie alle testimonianze orali fino alle canzoni dei gruppi d\u2019area e alle riviste, senza dimenticare le notizie provenienti da sinistra. In secondo luogo, \u00e8 innegabile la necessit\u00e0 di intersecare diversi approcci metodologici al fine di pervenire a una trattazione storiografica pi\u00f9 completa. Gi\u00e0 le indicazioni dell\u2019antropologia sulle testimonianze orali hanno suggerito alcuni spunti di riflessione per gli studiosi; in aggiunta, i politologi hanno trattato l\u2019oggetto della ricerca in modo profondo ed originale. Giorgio Galli ha scritto in merito alla destra in Italia un volume autorevole, nel quale sono avanzate tesi originali e presentate categorizzazioni nuove; ad esempio, vi si suggerisce che i servizi segreti e i militari pescarono manovalanza a destra, servendosi di suggestioni culturali e politiche come la paura di una salita al potere del Partito Comunista Italiano o, ancora, promettendo un ruolo di primo piano nel nuovo Stato. Fabio Torriero, militante del Fronte Monarchico Giovanile e alleato dei missini, ha rivelato:<br>\u00abNoi eravamo affascinati dalla possibilit\u00e0 di partecipare a qualcosa di grande, segreto, ad un Colpo di Stato, alla difesa armata di Roma contro i comunisti, a favorire il ritorno del Re. Subimmo la fascinazione di cose di cui non capivamo la portata, guidati da cattivi maestri che venivano in sezione a parlare; scoprimmo dopo che erano dei servizi. Nessuno di noi fin\u00ec per\u00f2 a fare attentati, a sparare; fu un fuoco di paglia e, per fortuna, lo capimmo da soli\u00bb.<br>La testimonianza sembra convalidare la tesi di Galli, al netto anche delle evidenze emerse nei<br>processi degli anni scorsi, e contribuire a chiarire una parte dell\u2019oscura relazione con la violenza ed i violenti, letta dalla storiografia alla stregua della connivenza, quando non dell\u2019appoggio. Tale<br>assonanza andrebbe rivista non certamente per alleviare responsabilit\u00e0 oggettive, ma per spiegare le motivazioni di taluni atteggiamenti.<br>Un altro caso di incontro tra materie ha portato un risultato degno di nota \u00e8 espresso in un saggio di Agostino Bistarelli, il quale, riprendendo un\u2019elaborazione dello psicanalista Cesare Musatti, dibatteva dell\u2019associazionismo nel secondo dopoguerra29. All\u2019inizio del contributo si discute proprio la categoria del reducismo, definita come<br>\u00abun collante composto di sentimento e interesse: trasposizione in tempo di pace di quelle tendenze affettive positive che cementano fra loro i combattenti dello stesso esercito, provocano in misura fortissima fenomeni di identificazione affettiva, determinano manifestazioni di solidariet\u00e0 e colleganza del tutto ignote nella vita civile\u00bb<br><br>E aggiungeva: \u00abquando in Italia per alcuni la guerra finisce, per altri continua, oppure ricomincia<br>di nuovo\u00bb. Si capisce la rilevanza di ci\u00f2 per il presente progetto di ricerca, in cui i protagonisti si<br>trovarono uniti dalla parte dei vinti della seconda guerra mondiale, senza averla vista n\u00e9 tantomeno combattuta.<\/li><li>Per una definizione dei confini della ricerca resta ineludibile precisare i contorni dell\u2019oggetto della ricerca, il cui spazio geografico si estende a tutta la penisola, bench\u00e9 le caratteristiche dei movimenti giovanili, e la loro composizione ideologica di base, variassero in accordo con l\u2019ambiente nel quale erano inseriti. Milano era una piazza differente da Roma, allo stesso modo il neofascismo veneto e friulano sub\u00ec influssi decisamente divergenti rispetto a quelli presenti nel Meridione. Si diceva in apertura della galassia, da intendersi come insieme di gruppi divergenti ma uniti attorno allo stesso centro di gravit\u00e0: la comunit\u00e0 dei vinti. Per questa ragione, si ritiene opportuno procedere entro i limiti nazionali; in pi\u00f9, la documentazione conservata presso l\u2019Archivio Centrale dello Stato pu\u00f2 fornire notevoli riscontri specialmente attraverso una lettura comparata tra le diverse province.<br>Ora, si \u00e8 scritto di anni Settanta in generale, ma i confini cronologici sono in realt\u00e0 pi\u00f9 stretti.<br>Infatti, l\u2019intervallo studiato va dal 1971 al 1977, per le seguenti ragioni. L\u2019ondata di protesta<br>sessantottina ebbe conseguenze dirette sulla strategia del partito missino, forte di una pregiudiziale anticomunista da giocare in sede elettorale, finalizzata a dipingere il PCI come colpevole occulto dei disordini sessantotteschi; invero, il MSI puntava a recuperare voti presso fasce della popolazione moderate e conservatrici. Per questo motivo, il MSI ruppe immantinente con i tesserati che erano scesi in piazza al fianco dei coetanei di sinistra; dopo la morte di Arturo Michelini, la segreteria pass\u00f2 ad Almirante: considerato da sempre vicino alla linea movimentista del partito, egli prosegu\u00ec sulla strada tracciata dal precedente segretario, tentando di recuperare lo spazio perso dopo l\u2019esperimento del governo Tambroni.<br>Si tenga conto che la nascita del Fronte della Giovent\u00f9, datata aprile 1971, segn\u00f2 un\u2019importante<br>svolta: esso avrebbe dovuto avvicinare i giovani ai dettami del partito, in virt\u00f9 di un controllo pi\u00f9<br>rigido e, dall\u2019altro lato, raccogliere differenti anime sotto l\u2019egida missina in capo al progetto della<br>\u201cgrande destra\u201d32. La decisione della segreteria almirantiana produsse una netta cesura con il passato, ha dichiarato il primo segretario del FdG, Massimo Anderson:<br><em><strong>\u00abL\u2019unificazione giovanile, oltre tutto, nella stessa misura in cui ci consentiva di governare tutte le nuove leve del partito, permetteva anche a lui [Almirante, nda] di tenerle pi\u00f9 agevolmente sotto controllo in riferimento alla pericolosit\u00e0 della situazione politica che si era determinata negli anni \u201868-\u201975. [\u2026] Detto in parole povere: se il Fronte della Giovent\u00f9 costitu\u00ec, per noi, un formidabile strumento di lotta proteso verso l\u2019esterno, rappresent\u00f2, per Almirante, forse anche la possibilit\u00e0 di tenerci confinati in una sorta di riserva indiana dalla quale non potevamo, e non dovevamo, uscire\u00bb.<\/strong><\/em><br>Gli anni a cavaliere tra la fine dei Sessanta e l\u2019inizio dei Settanta videro dispiegarsi la strategia<br>della tensione, le attivit\u00e0 terroristiche sconvolsero il Paese, i giovani inquadrati negli organismi<br>ufficiali di partito o nei gruppi afferenti all\u2019area si trovarono in seria difficolt\u00e0, non solo per la presa di coscienza della pericolosa vicinanza di taluni personaggi, lo si accennava sopra, ma in particolare modo per la \u201cvita in trincea\u201d cui si trovarono costretti: seguiti dalle autorit\u00e0, in perenne battaglia con i rivali.<br>Infine, la seconda met\u00e0 del decennio port\u00f2 con s\u00e9 una nuova ondata di elaborazioni teoriche e<br>contaminazioni con i vecchi avversari politici che sfoci\u00f2 nell\u2019esperimento dei Campi Hobbit, a partire dal 1977, e, in seguito, nell\u2019allontanamento di molti dall\u2019alveo del partito. Furono anni di transizione, in cui la logica politica venne sostituita dalla logica di piazza, dello scontro frontale, eppure in molti cercarono di superare la tradizionale dicotomia culturale e sociale tra antifascisti e fascisti.<br>Originariamente, il progetto partiva da una formula coniata dal politologo francese Bertrand De<br>Jouvenel, la teoria dell\u2019esclusione conservatrice, in base alla quale si postula che l\u2019esclusione di uno o pi\u00f9 gruppi dal sistema politico divenga una condizione necessaria per la sopravvivenza dello stesso.<br>La proposta interpretativa di chi scrive utilizza la formula in chiave ermeneutica: i giovani si<br>trovarono effettivamente in un vicolo cieco negli anni Settanta, in virt\u00f9 degli episodi di varia natura, qui solo accennati, di cui si cercher\u00e0 di dare conto nella stesura della tesi di dottorato34. Per citare Marco Tarchi:<br><br><strong><em>\u00ab\u00c8 un periodo molto difficile per i ragazzi del Fronte della Giovent\u00f9, esclusi dalle sedi naturali del dibattito nelle scuole e nelle universit\u00e0. La loro stessa esistenza \u00e8 vista come un intollerabile affronto alla natura antifascista della democrazia italiana. E non solo dall\u2019estrema sinistra, ma da tutte le altre forze politiche, che impongono a livello giovanile, in maniera ancor pi\u00f9 rigida, la logica dell\u2019arco costituzionale\u00bb.<\/em><\/strong><br>Si badi, l\u2019esclusione avvenne ugualmente a causa di quei meccanismi di autorappresentazione e<br>di riconoscimento identitario nella comunit\u00e0 dei vinti che tanta parte ebbero nell\u2019agglutinare le<br>giovani generazioni attorno all\u2019ambiente di destra; gli stessi slanci verso l\u2019esterno erano comunque viziati da una buona dose di settarismo e di vena polemica.<br>In conclusione, l\u2019oggetto della ricerca viene ulteriormente circoscritto, come anticipato<br>nell\u2019introduzione, alle formazioni non essenzialmente votate all\u2019eversione o alla violenza<br>indiscriminata. L\u2019offesa fisica era senza dubbio parte integrante dell\u2019attivit\u00e0 politica dell\u2019epoca, o<br>perlomeno accettata alla stregua di una variabile insuperabile (un aspetto sociale degli anni<br>Settanta36), e lo sfondo teorico sul quale si muovevano i giovani favoriva la circolazione del mito<br>dell\u2019uomo forte, prestante e pronto alla battaglia fisica. Detto questo, la generalizzazione che si<br>riscontra in diversi approfondimenti non aiuta lo studio del fenomeno: bisogna distinguere tra quella che veniva definita, da tutte le anime per la verit\u00e0, \u201cautodifesa\u201d, la quale \u201cdivenne presto attacco e contrattacco\u201d e la violenza metodica e strategica. La suddivisione ha il mero scopo analitico e non si propone certamente di manlevare le responsabilit\u00e0 dei singoli; lo scopo \u00e8 seguire la linea tracciata da Vittorio Vidotto, il quale ha scritto:<br><em><strong>\u00abdi fronte a questo orizzonte mitico, largamente condiviso e propagandato, dove le diverseesperienze si accumulano e l\u2019indistinto prevale, ci si domanda se nella ricostruzione di quegli anni riusciranno a prevalere l\u2019analisi differenziale degli storici o i processi della memoria da tempo avviati e consolidati\u00bb.<\/strong><\/em><br><\/li><li>Conclusione<br>Dopo quasi diciotto mesi di dottorato, un primo, approssimativo bilancio pu\u00f2 essere tracciato. La<br>mancanza di fonti ufficiali incide sul lavoro di ricerca a livello sostanziale, per\u00f2 il materiale da<br>esplorare \u00e8 presente e, presumibilmente, in futuro aumenter\u00e0, ad esempio con l\u2019importante<br>pubblicazione dell\u2019archivio di Pino Rauti. Al momento, la vicenda delle giovani generazioni di Destra appare completamente inserita nel contesto di riferimento e si adatta alle specificit\u00e0 degli anni Settanta, come la relazione con la violenza dimostra in maniera limpida. D\u2019altro canto, la galassia \u00e8 estremamente complessa per diffusione, ampiezza e per l\u2019eterogeneit\u00e0 dei riferimenti ideologici e culturali che sostanziavano l\u2019azione politica. Peraltro quest\u2019ultimo punto, va affrontato alla stregua di un tratto culturale, seguendo sia la suggestione di Chiarini citata in apertura, sia le fonti primarie.<br>L\u2019interesse sulle modalit\u00e0 con cui si diventava militanti o simpatizzanti di destra non \u00e8 fine a s\u00e9 stesso, potrebbe anzi condurre a una visione prospettica nuova sul tema.<br>Indicativamente la tesi di dottorato dovrebbe seguire un\u2019articolazione cronologica, poich\u00e9 la<br>successione degli eventi contribu\u00ec in maniera determinante alla storia dei gruppi in oggetto. Il primo capitolo potrebbe concentrarsi sul triennio \u201971-\u201973, dalla formazione del Fronte della Giovent\u00f9 alla realizzazione delle strategie e delle tattiche politiche destrorse; la seconda parte riguarderebbe la dolorosa cesura del \u201974, vissuto nelle testimonianze dei protagonisti dell\u2019epoca come pagina sofferta del loro percorso. In seguito, il biennio \u201975-\u201976 nel quale la recrudescenza dello scontro politico port\u00f2 alla morte di due giovani, divenuti oramai volti iconici per il neofascismo: Mikis Mantakas e Sergio Ramelli. La parte finale descriverebbe la svolta del 1977, l\u2019inizio di un processo di revisione teorica e pratica nella temperie del nuovo movimento che imperversava nella societ\u00e0. All\u2019interno della struttura, cronologicamente orientata, devono essere sviluppati i temi citati in questo lavoro e, se possibile, si cercher\u00e0 di impostare una nuova classificazione che includa queste formazioni politiche giovanili e ne spieghi, in una sintesi efficace, le caratteristiche peculiari.<\/li><\/ul>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;analisi dei gruppi di destra italiana, per quanto riguarda il segmento giovanile,rappresenta un campo di studio non ancora del tutto esplorato, dal momento che il ricco lavoro di ricerca scientifica svolto nel 1970, ha principalmente analizzato il ruolo dei gruppi di estrema Destra o del Movimento Sociale Italiano. 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