Movimento Sociale Italiano M.S.I.

Il 26 dicembre 1946 alcuni reduci della Repubblica Sociale Italiana, decisero che era giunto il momento di dar vita ad un Partito che fosse erede dell’ideologia fascista, escludendo la componente totalitaria che ne aveva fatto un regime.

Essenzialmente, il Movimento Sociale Italiano M.S.I. , si rifaceva ideologicamente al programma del Partito Fascista Repubblicano enunciato sulla Carta di Verona e alla Repubblica di Salò. I fondatori del M.S.I. si definivano di fatti post-fascisti e avevano dunque preso nettamente le distanze dal fascismo inteso come regime, riconoscendosi unicamente nel fascismo come movimento politico ed ideologico, altrimenti definito “fascismo delle origini”.

Tale atteggiamento trovò espressione nella formula «Non rinnegare, non restaurare» coniata da Augusto De Marsanich, Segretario dal 1950 al 1954 e Presidente dal 1954 al 1972.

Fu nello studio del giornalista Arturo Michelini in viale Regina Elena, a Roma, che si riunì il gruppo di coloro che sarebbero stati i fondatori del nuovo Partito, che si sarebbe posto come l’unico erede dei due anni di vita della Repubblica di Salò, diventando il punto di integrazione fra i vinti della Seconda Guerra Mondiale e le varie sigle dei movimenti che si rifacevano al fascismo delle origini.

Il partito venne chiamato Movimento Sociale Italiano e il 3 dicembre si decise inizialmente per la sigla MO.S.IT., che poi il 26 dello stesso mese venne modificata in M.S.I.

Insieme ad Arturo Michelini, tra i fondatori vi furono Giorgio Almirante, Pino Rauti e Pino Romualdi. Fu così che nacque il primo partito neofascista della storia italiana.

Primo Segretario del Movimento Sociale venne nominato Giacinto Trevisonno, che si dimise il 15 giugno 1947, perché il partito decise di accettare al suo interno alcuni esponenti di quello che fu il primo partito antisistema della nascente Repubblica, il “Fronte dell’Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini, ma il Movimento Sociale era di fatto ideologicamente opposto al Fronte qualunquista e viceversa, tanto che Mussolini è stato definito dal F.U.Q. “il buffone di Predappio”, mentre “Rivolta ideale” definì il Giannini “un vecchio ricattatore”. Fu così che ad assumere le redini del M.S.I. fu Giorgio Almirante, giornalista molto capace e conosciuto.

Dal momento della fondazione del Partito fino all’avvento della Seconda Repubblica, pur rappresentando a pieno titolo la Destra politica italiana, ha subito l’ostracismo della “conventio ad excludendum” che teneva fuori il Movimento Sociale Italiano stesso da ogni ipotesi di alleanze di governo, sia a livello nazionale sia locale.

Nel settembre 1947 il Movimento disputò le sue prime elezioni amministrative e la lista missina portò al Campidoglio tre consiglieri comunali, che votarono il democristiano Salvatore Rebecchini sindaco, mentre nel consiglio provinciale casertano entrò un consigliere. Sin dall’inizio, il Movimento Sociale investì molto impegno nell’ente locale, in quanto rappresentò l’avvio del radicamento territoriale, nonché un’eccellente occasione di addestramento della classe dirigente per avviarla alla burocrazia di partito.


Il clima divenne molto pesante in quegli anni poiché il pregiudizio generale, condannava a priori una presenza dei reduci del fascismo, mentre il Partito era nato unicamente dall’idea di riunirsi e mantenere in vita degli ideali che niente avevano a che fare con il regime fascista.


Quell’anno venne anche scelto il simbolo del partito, una fiamma accesa con i colori nazionali: la fiamma era il simbolo degli arditi della Prima guerra mondiale, ma rappresentava anche la Fiamma di Predappio che arde sulla tomba del Duce. L’idea della fiamma che poi divenne il simbolo distintivo del Movimento Sociale, fu di Giorgio Almirante.

Al primo Congresso di Napoli dal 27-29 giugno 1948, il partito si candida alle prime elezioni politiche democratiche della storia della Repubblica italiana e la vittoria andrò alla Democrazia Cristiana di Alcide de Gasperi che ottenne, da sola, il 48% dei voti contro il Fronte Popolare, formato dal Partito Comunista Italiano e dai socialisti. L’MSI prese solo il 2% alla Camera e lo 0.7% al Senato portando in Parlamento sei deputati, Giorgio Almirante, Arturo Michelini, Arturo Michelini, Roberto Mieville, Guido Russo Perez e Luigi Filosa ed un senatore, Enea Franza. Tutto questo avvenne nonostante la XII disposizione transitoria della Costituzione, approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il Primo gennaio 1948, che vietava la ricostruzione del disciolto partito fascista, dunque per i missini fu da considerarsi un ottimo risultato elettorale. L’aver partecipato alle elezioni politiche aveva significato per il partito continuare a fare politica legittimamente ed entrare a far parte delle istituzioni attraverso i suoi membri.
Il piano elettorale del partito della Fiamma era fondato sull’elezione diretta del Capo dello Stato che non avrebbe dovuto essere eletto da parte del Parlamento ma avrebbero dovuto essere i cittadini stessi a sceglierlo e nel Paese avrebbe dovuto instaurarsi un sistema di Stato Nazionale del Lavoro, mutuando ciò che era stato pensato per la Repubblica sociale, così, sempre secondo il Programma del M.S.I. , il Senato avrebbe dovuto trasformarsi in una Camera che avrebbe “ospitato” le rappresentanze di categoria e della produttività nazionale, sullo stile della Camera dei fasci e delle corporazioni istituita nel 1939. Al tempo stesso, il Programma prevedeva di essere distanti in maniera netta all’influenza americana e comunista, e porre il Paese come europeista.

A Montecitorio i primi deputati guidati da Giovanni Roberti (capogruppo alla Camera dal 1953 al 1963) si sedettero negli scranni più a destra dell’emiciclo, in quanto i colleghi del PCI, rivali per antonomasia, avevano scelto quelli più a sinistra.

A fine giugno si tenne il primo congresso del partito. Il luogo scelto fu Napoli, città dove il partito aveva un forte seguito elettorale, come in tutto il resto del Meridione, anche se all’inizio doveva tenersi a Roma. Vennero tracciate così le basi di politica interna, che propendevano per un “no” alla nascita delle Regioni, un “no” al trattato di pace di Parigi e che promuoveva corporativismo e socializzazione.
Nascono le due correnti storiche del partito, i corporativisti che erano la Destra del partito, moderati e vicini, sempre, alla politica di inserimento del partito nel sistema politico nazionale e i socializzatori, la Sinistra del partito, che inseguivano il mito della R.S.I.


La Sinistra missina era movimentista, legata all’ideologia originaria, voleva la socializzazione dei mezzi di produzione, era astiosa verso gli americani, poneva la pregiudiziale repubblicana e non dava peso al sistema politico nazionale, mentre i corporativisti erano radicati nella parte meridionale del Paese in quanto lì era presente un forte “notabilato” ancora spoliticizzato, identificato come risorsa necessaria per la stessa sopravvivenza del Partito.


Venne confermato Segretario Giorgio Almirante, che fu la vera anima del partito per oltre quarant’anni, affiancato da due vicesegretari, il fiorentino Arturo Michelini ed il napoletano Giovanni Roberti.
Nacque nei giorni napoletani la celebre frase che avrebbe dovuto caratterizzare da quel momento il Movimento Sociale, “non rinnegare non restaurare”, che intendeva la consapevolezza di non dimenticare mai da dove si arriva, ma rivendicare con fierezza la fedeltà alle proprie radici.

La prima assise ebbe dunque un vero potere istituzionalizzante per il Partito.

Nel frattempo entrò il crisi il Partito di Giannini e buona parte del suo elettorato si spostò verso il Movimento Sociale, soprattutto nell’Italia meridionale, dove i voti arrivarono dai proprietari terrieri e dagli imprenditori, in tale misura che il movimento di Almirante arrivò anche al 15% in quelle zone. La causa fu l’avvicinamento di Giannini alla Democrazia Cristiana, scelta che portò una tale defezione da parte del suo elettorato, che poco dopo portò allo scioglimento del Fronte dell’Uomo Qualunque.

La Segreteria de Marsanich e l’ottenimento del primo inserimento politico

Dal 28 giugno al Primo luglio 1949 si tenne il secondo congresso missino a Roma ed Augusto de Marsanich venne nominato Segretario. Il congresso, unitario e senza correnti, vide confermare la forza del voto missino al sud dove il partito era legittimato, filomonarchico e clericale, mentre al nord c’era un militantismo forte, ma ancora non formalizzato o coordinato. Nel congresso romano si discusse in merito alla collocazione politica del partito e proprio de Marsanich spinse per un gioco di alleanza con il centro, nonché sull’operato economico e sociale del movimento e, in politica estera, appoggio all’adesione dell’Italia al patto Atlantico e alla N.A.T.O. , creata il 4 aprile 1949.

Il Movimento Sociale Italiano si batteva anche per la questione di Trieste, per la conservazione delle colonie e la necessità di un riarmo nazionale, vista la situazione delicata a est dei confini nazionali. L’M.S.I. originariamente era inequivocabilmente anti-atlantista, specie in virtù dell’assurdo logico che sarebbe scaturito dall’esser vinti e stare con i vincitori allo stesso momento, ma, pur nel disappunto di molti, qualche anno dopo il Partito cambiò “rotta”, imboccando una svolta che ad oggi appare particolarmente infausta, ai missini odierni.
La corrente di Almirante non riuscì ad avere la maggioranza ed al suo posto fu confermato Segretario colui Augusto de Marsanich, con una Segreteria di compromesso tra le due correnti, che lo elesse formalmente già all’inizio di Gennaio.
L’esponente missino era un moderato e fu tra i primi a volere un avvicinamento del Partito al Centro, spingendo verso un alleanza con il Partito Monarchico, alleanza che portò alla conquista di diversi comuni nel Sud Italia nella tornata elettorale amministrativa del 1951-1952, tra cui Napoli, Latina, Lecce e Pescara.
Sebbene le differenze ideologiche tra missini e monarchici fossero nette, in quanto il Re aveva sfiduciato Mussolini il 25 luglio e il Duce successivamente venne arrestato, un’alleanza elettorale era di fatto necessaria ad entrambe le parti, anche se l’M.S.I. si stava trasformando in un vero Partito pronto a competere realmente nello scacchiere politico nazionale, aggirando il pericolo della legge 645 del 20 giugno 1952, la “legge Scelba”, che metteva in pratica la disposizione transitoria XII della Costituzione sull’apologia del fascismo e il divieto di ricostruire partiti che si rifacessero al disciolto partito fascista. Uno degli ispiratori dell’avvicinamento cattolici-missini fu Luigi Sturzo, fondatore del primo Partito Popolare Italiano, il quale, grazie alle parole di papa Pio XII, in favore del fatto di non disperdere il proprio voto amministrativo e favorire, di conseguenza, l’avanzata del Partito Comunista e di una possibile sua vittoria, fu incaricato di sondare il terreno per un’alleanza che coinvolgesse anche i monarchici. De Gasperi tuttavia si oppose e l’alleanza non si poté creare, anche se alle comunali di Roma venne rinominato ancora sindaco Rebecchini, con l’importante apporto missino.

La paura di un avanzamento missino terrorizzava la Democrazia Cristiana, in quanto la “balena bianca” ebbe il sentore di venire superata a Destra e di perdere la presa sull’elettorato, necessaria a garantirle l’egemonia.
In quell’anno si costituì anche il primo sindacato di riferimento per l’area neofascista: il 24 marzo 1950 a Napoli nacque la Confederazione Italiana dei Sindacati Nazionali dei Lavoratori (CISNAL), controllata direttamente dal M.S.I. con Segretario Giuseppe Landi.

Il primo nucleo sindacale fu però il MO.SI. (Movimento Sindacalista) nato nel luglio 1947 posto come sindacato di riferimento “di area” all’interno dell’unione sindacale, che esponeva le teorie corporative per controbilanciare l’influenza comunista tra i lavoratori. Poco dopo nacque il Nucleo Aziendale Di Azione Sociale (NADAS), vicino alle istanze della “sinistra” del Partito ed ispirati ad Ernesto Massi, mentre il MO.SI. fu ispirato da Augusto de Marsanich.

Terzo congresso de L’Aquila (26-28 luglio 1952): Augusto de Marsanich ancora Segretario


Nonostante la vittoria congressuale di de Marsanich, il vincitore morale fu comunque Almirante, che si prodigò nel non far sciogliere il Partito, che iniziava a prendere decisamente forma e che non era più da considerarsi come un semplice Movimento, ma bensì un Partito reale. Quello de L’Aquila fu l’ultimo congresso unitario: da quello di Viareggio iniziò la sfida tra le correnti. Al congresso abruzzese si delineò l’indirizzo politico in vista delle elezioni politiche del 7 giugno 1953, che vide il debutto di una nuova legge elettorale che avrebbe premiato il partito che raggiungeva la maggioranza assoluta, con il 65% dei seggi alla Camera, la celebre “legge truffa”. Per una manciata di voti il premio di maggioranza non scattò, per la felicità di tutti gli oppositori.
Elettoralmente, il Movimento Sociale Italiano presentò un programma molto semplice e preciso: in politica interna, la riappacificazione tra gli eredi di Salò e l’Italia antifascista e il discorso sulla questione triestina, in politica estera l’avvicinamento del Paese all’Alleanza Atlantica, mentre in economia si chiedeva maggiore tutela lavorativa ed un aumento del liberismo. L’M.S.I. raccolse il 5.8% portando alla Camera ben ventinove deputati ed il 6.1% al Senato con nove senatori: la forza parlamentare missina quintuplicò in cinque anni, anche se non riusciva a prendere piede nel Nord Italia, se non in limitate zone.

In vista delle elezioni politiche si decise di creare un foglio di area che sarebbe stata la voce ufficiale del Partito durante il periodo pre-elettorale: il 16 maggio 1952 nacque “il Secolo” per mano di Franz Turchi.

Il quarto congresso di Viareggio, l’astro politico di Michelini e il primo nucleo di Ordine Nuovo (O.N.)

In vista del nuovo congresso, la direzione nazionale decise di spostarsi verso Nord, scegliendo la città di Viareggio come sede del quarto congresso del M.S.I. , dal 9 all’11 gennaio 1954. Ne uscì vittoriosa l’ala corporativista e divenne Segretario il 15 ottobre successivo un esponente della prima ora, poco compromesso con il fascismo repubblicano e lontano dalle ideologie, nonché fautore dell’annessione dell’Italia nell’Alleanza atlantica, il quarantacinquenne Arturo Michelini. La figura di Michelini era molto simile ad un amministratore e spinse il partito ad avvicinarsi alle forze di governo, in particolar modo alla Democrazia Cristiana. Il ruolo dietro le quinte di Michelini fu quello di ottenere sempre più finanziamenti che servivano al Partito, grazie ai diversi appoggi esterni, tra cui la borghesia.
La scelta di affidargli la Segreteria non trovò l’accordo della “sinistra” del movimento, che non voleva rinnegare il passato e l’ideologia originaria del Partito, che era radicalmente contraria all’ingresso del Paese nella N.A.T.O. , ricalcando la corrente di Almirante, l’antagonista per antonomasia di Michelini.

Al congresso si presentarono per la prima volta tre correnti, quella di Sinistra, di Centro e di Destra. Venne eletto appunto il Michelini, appartenente al Centro missino, con due esponenti delle correnti rivali nella Direzione Nazionale. Le tre correnti furono “Per l’unità del Movimento”, guidata da de Marsanich ed Almirante, “Per una Repubblica Sociale”, capitanata da Massi e “Per una grande Italia”, che ebbe in Romualdi e Rauti i fautori. Per l’elezione al Comitato Centrale queste liste espressero rispettivamente 246, 160 e 120 esponenti.


Proprio al congresso viareggino nasce, e quindi si presenta, la terza corrente all’interno del partito: la “spiritualista”, capitanata da Giuseppe Rauti ed Enzo Erra ed ispirata alla figura del barone-filosofo Julius Evola, che aderì alla corrente “Per una grande Italia”.


Inoltre al congresso si presentarono quattro fronti:

a) chi voleva restare fedele alla RSI e chi invece era un nostalgico del passato fascismo regime;
b) chi voleva uno Stato sociale o uno etico;
c) chi era d’accordo sull’adesione al patto Atlantico e chi invece ne era contrario;
d) chi era contrario ad alleanze e chi le riteneva indispensabili.

Importante fu la figura di Julius Evola, il maestro dei giovani missini. Il suo pensiero era lontano dalla politica attiva, contro il modernismo ma vicino all’esoterismo ed allo studio dei fascismi orientali. Nel suo studio di corso Vittorio Emanuele a Roma teneva lezioni di approfondimento filosofico e politico, con un via vai di numerosi giovani fascisti che grazie a lui, ed al suo sconfinato sapere, poterono andare oltre le semplici conoscenze di cui disponevano. I suoi testi di riferimento furono “La rivolta contro l’uomo moderno” e “Gli uomini e le rovine”, pubblicati nel 1934 e nel 1953, che furono i testi di base per la formazione politica dei giovani neofascisti.

Il quinto congresso di Milano del 1956. Nasce “Ordine Nuovo” e Michelini ancora Segretario

Al V° Congresso del M.S.I. prendono parte settecento delegati provinciali, i quali devono procedere, a conclusione dei lavori, alla elezione della nuova direzione del partito.

Milano, la città dove era terminata l’esperienza della R.S.I. e che vide i fatti di piazzale Loreto, fu scelta come location per la quinta assiste missina, che si tenne dal 24 al 26 aprile 1956. Questo congresso è ricordato per la riconferma di Michelini alla guida del partito, e per l’uscita dell’ala intransigente dei rautiani: nasceva ufficialmente il “Centro Studi Ordine Nuovo”.

Il congresso fu uno dei più velenosi della storia del partito, in quanto alcuni militanti si opposero alla modalità di gestione del Partito, soprattutto dopo gli scarsi risultati alle amministrative dell’anno precedente.
Michelini pose i suoi fedelissimi anche nel Comitato Centrale, con una vittoria striminzita (315 voti contro 308). Le correnti che si presentarono al congresso furono “Lista nazionale”, guidata da Michelini e Romualdi, e “Per uno Stato Nazionale del Lavoro”, capitanata da Ernesto Massi, il politico missino più influente nel Nord Italia e vicino alla sinistra. Si parlò di creare un’ Europa elitaria, aristocratica, lontana dal gioco delle due Potenze, collocata in un mondo meritocratico e di qualità, rispettoso dell’onore, della lealtà, della disciplina e della tutela della “razza bianca”: pensieri ed idee lontani dal Movimento Sociale iniziale.

Nella seduta di apertura, Michelini in polemica con Almirante afferma: «Il Movimento Sociale Italiano vive nel presente e disdegna l’immobilismo di un esclusivo ancoraggio al passato». A conclusione della sua relazione, Michelini fissa «i due obiettivi concreti e immediati dell’azione politica del Msi: 1) scioglimento del PCI passando a posizioni offensive contro la minaccia sovietica; 2) immediate elezioni politiche per mobilitare l’opinione pubblica ad esaltare lo spirito di difesa, alimentando con tutti i mezzi possibili la fiamma di rivolta contro lo slavismo, accesa dall’indomito eroismo del popolo ungherese».
Con l’affermazione di Almirante: «dobbiamo presentarci per quello che veramente siamo, e cioè come i fascisti della R.S.I.» si capisce fino a che punto arrivi la drammaticità dello scontro. «L’equivoco, cari camerati, è uno e si chiama essere fascisti in democrazia. Noi soli siamo estremisti, ed è un titolo di onore, ma anche una spaventevole difficoltà per questa democrazia, per questa Italia del dopoguerra. E il nostro coraggio, vorrei dire la nostra audacia, è consistita, nel 1946, nell’inserirci come M.S.I. cioè come un partito operante in questa democrazia». Con queste parole Almirante, dalla tribuna congressuale, individua con molta acutezza il problema fondamentale della politica missina.
A conclusione del Congresso la mozione unitaria di maggioranza viene approvata per acclamazione senza contrasti. In essa si proclama «il lavoro soggetto dell’economia; la funzione sociale della proprietà; l’educazione dei lavoratori per renderli capaci alla conduzione responsabile dell’azienda; il superamento del salario con la formula associativa della cointeressenza; il potenziamento della produzione; la negazione della lotta di classe a cui si contrapponeva la collaborazione delle categorie produttive».
Per le elezioni del nuovo Comitato Centrale si sono presentate due liste, una capeggiata da Michelini, l’altra da Almirante. La lista di Michelini vince di stretta misura, con 315 voti validi contro 308 della lista di Almirante. Alla lista di Michelini sono quindi assegnati, con il premio del 10% spettante al vincitore, sessanta seggi nel Comitato Centrale, mentre alla lista di Almirante spettano i rimanenti 39 posti. Entrano a far parte del Comitato Centrale: De Marsanich, presidente del MSI, Valerio Junio Borghese, 18 rappresentanti regionali, 6 di raggruppamenti giovanili, 2 medaglie d’oro, 3 rappresentanti sindacali, i 5 segretari federali di Roma, Milano, Trieste, Napoli e Palermo, nonché 11 esponenti di chiara fama.
I leader della sinistra decidono di non entrare nella Direzione, ma di rimanere comunque nel partito per continuare “la battaglia di opposizione” all’interno.

A seguito del V° Congresso, viene ad essere una consapevolezza che porta i dirigenti del Partito a comprendere che era necessario allargare le maglie del reclutamento ed aumentare i propri iscritti per creare la “grande destra”, pensata fin dai tempi della segreteria de Marsanich e messa in moto da Michelini, il quale tentò di inglobare nel progetto i monarchici ed il Partito liberale. I monarchici erano favorevoli ad un’alleanza, consci del successo elettorale del 1951-52, mentre il partito di Giovanni Malagodi rifiutò categoricamente nel novembre 1957 durante il proprio congresso.

Dal 1956, il M.S.I. perse la leadership nel panorama dell’estrema destra nazionale, poiché da allora si presentarono sulla scena diverse sigle ed organizzazioni alternative. Il partito di Michelini non sembrava più in grado di continuare la lotta rivoluzionaria contro il sistema. Molti ex-missini pensavano che oramai era inutile far parte di un Movimento di Centrodestra e vicino alle istanze della Democrazia Cristiana. L’anno successivo il Movimento perse un altro pezzo, staccandosi dall’ala rivoluzionaria della Sinistra di Ernesto Massi, che considerava ormai il partito troppo conservatore e lontano dal suo fondamento iniziale. L’esperienza del “Partito Nazionale del Lavoro” sarà però fallimentare. Molti gruppi, movimenti ed associazioni seguiranno le strade intraprese da Rauti e Massi, con alterne fortune nel tempo. Il giornalista Nicola Rao ha parlato di “crisi del decimo anno” per l’M.S.I., visto che da allora e per tutta la sua vita il Partito assisterà a numerose scissioni.

Dalla fiducia al governo Tambroni agli scontri di piazza a Genova. L’MSI isolato istituzionalmente e il rapporto con la Democrazia Cristiana

Il 25 maggio 1958 si tennero le terze elezioni politiche nazionali dove il Movimento vide una diminuzione di voti, guadagnando il 4.8% alla Camera ed il 4.4% al Senato, portando a Roma 24 deputati e 8 senatori.
Il 1960 rappresentò per l’MSI un altro anno movimentato, ancora peggio del 1956. Nonostante la presenza di diversi consiglieri comunali e provinciali nelle giunte di diverse città e la forza del “milazzismo” siciliano, dove il Movimento missino entrò nella giunta regionale presieduta dal dissidente democristiano Silvio Milazzo andato al potere dopo una convergenza tra PCI, missini e gli altri partiti presenti a Palazzo dei Normanni per detronizzare la DC, qualcosa comunque non andava.
Il motivo era semplice, il Movimento Sociale, insieme alla Democrazia Cristiana, il 4 aprile diede la fiducia al governo Tambroni, guidato dall’ex Ministro del Tesoro del precedente governo Segni II. Il problema di fondo non era che il Partito missino avesse dato la fiducia ad un Governo, perché lo aveva già fatto anche in due precedenti, ma lo era il fatto che il voto neofascista fu decisivo per la fiducia e gli avversari politici credevano che per la prima volta i suoi esponenti potessero entrare nell’esecutivo nazionale, dando così una svolta autoritaria al Paese. Per l’M.S.I. la fiducia al Governo Tambroni rappresentò comunque l’apice della politica d’inserimento iniziata otto anni prima.
Il 25 maggio i vertici dell’M.S.I. , nell’ottica di recapitare un messaggio simbolico, decisero che proprio quell’anno avrebbero tenuto un congresso e la scelta cadde, forse per provocazione, nella città da dove era stato forte l’impulso della Liberazione, Genova, città decorata al merito civile per la lotta partigiana con la Medaglia d’oro.
La situazione in città era tesa, la Camera del Lavoro indisse uno sciopero durante i giorni del congresso, fissato tra il 1 e il 3 luglio e diversi esponenti di Sinistra locali, tra cui Sandro Pertini, spinsero affinché il congresso non si tenesse in città, ma in altro luogo.
I disordini iniziarono il 6 giugno tra gli antifascisti e le forze dell’ordine, scontri che divennero ancora più feroci non appena fu data notizia che al congresso avrebbe partecipato anche un personaggio scomodo per la città, quel Carlo Emanuele Basile, prefetto durante la R.S.I. ed accusato di aver ordinato la morte di migliaia di persone.
Ciò che avvenne però il 30 giugno ebbe del clamoroso: nonostante una manifestazione impeccabile dal punto di vista dell’ordine pubblico promossa dalla Camera del Lavoro che attraversò tutta la città raggiungendo i punti principali, da piazza de Ferrari a via XX settembre, un gruppo di facinorosi, probabilmente degli agenti infiltrati, si staccò da piazza della Vittoria, sede del discorso finale del presidente della Camera del Lavoro, si spostarono verso piazza de Ferrari, scontrandosi pesantemente con le forze dell’ordine, arrivate in massa anche da Padova in vista della difficoltà nel ripristinare l’ordine pubblico in città. Si contarono molti feriti e la città fu messa a ferro e fuoco. La situazione doveva arrivare ad una svolta, il 2 luglio il Prefetto Pianese convocò i dirigenti del partito cercando un compromesso, facendo disputare il congresso a Nervi e la manifestazione in città. I missini si opposero ritenendo la città insicura ed il congresso fu annullato.
Il Movimento Sociale ne uscì molto indebolito, mentre il PCI si rafforzò ed ottenne una forte visibilità; da quel momento divenne il primo Partito cittadino, scalzando la Democrazia Cristiana che governava la città dalla fine della guerra.
Come se non bastasse, questo feroce antifascismo uscì dalla città ligure e si spostò anche nel resto d’Italia. Tragici furono i fatti di Reggio Emilia, dove ci furono cinque morti a seguito della manifestazione che spinse in piazza più di 20mila persone, oltre ad altre cinque vittime in altri scontri di piazza in tutto il Paese.
Il 20 luglio Tambroni si sacrificò e si dimise, così che la “balena bianca” si poté spostare strategicamente verso Sinistra: nel 1963 nacque, con Aldo Moro, il primo governo di Centrosinistra inglobando i socialisti di Pietro Nenni.
Il sesto congresso missino non si tenne ma nella storia del partito è come se si fosse svolto. La settima assise si tenne a Roma dal 2 al 4 agosto 1963, successivo alle elezioni politiche del 28 aprile che videro il Movimento ottenere il 5.1% alla Camera, con 27 deputati e il 5.3% al Senato, con 15 senatori.
Proprio la Democrazia Cristiana sarà la causa sia dell’ascesa che del declino politico del Movimento Sociale Italiano. I due partiti cercheranno sempre un’alleanza, ma la DC verso il partito missino avrà sempre un rapporto ambiguo, per paura di essere scavalcata a destra e perdere la nomea di partito d’ordine, che fece la “felicità” del Partito Comunista Italiano, il quale, paradossalmente, voleva che l’M.S.I. erodesse voti alla Democrazia Cristiana.
Il partito cristiano-democratico spingerà nel 1952, prima delle amministrative di quella primavera, l’approvazione della già citata “legge Scelba”, ma i tempi burocratici permisero la sua approvazione solo nel mese di Maggio dopo la tornata elettorale che videro l’M.S.I. fare il pieno di voti al Sud, dove ottenne oltre 1.4 milioni di voti, vale a dire l’11.8%, ponendosi come quarto Partito. Il Partito politico guidato da de Marsanich, alleato con i monarchici ed a capo di diverse giunte, non poteva essere più sciolto perché troppo forte elettoralmente.

Il Movimento Sociale Italiano e i giovani

Consapevole di perdere in partenza la sfida diretta con gli avversari politici dal punto di vista della propaganda, il partito ha racimolato consensi tramite una fitta opera costante di sensibilizzazione tramite strutture particolari come i comitati, i circoli ed i centri di iniziativa civica.
Fin dall’inizio i giovani hanno rappresentato il fulcro dell’attenzione del Movimento Sociale Italiano, perché questi erano vivaci e pieni di spirito d’iniziativa. Gli studenti ed i giovani furono sin da subito un ottimo terreno di reclutamento. Fin dalla nascita del partito, e per tutti gli anni Cinquanta, i giovani furono i promotori di una feroce campagna contro tutti quelli che non avevano fatto la guerra civile tra le fila delle R.S.I. e soprattutto erano molto arrabbiati perché nessuno aveva mai cercato di vendicare l’uccisione di Mussolini e ciò che successe a piazzale Loreto, una delle cose da fare appena dopo la Liberazione, colpendo il suo “assassino”, il deputato comunista Walter Audisio, il “comandante Valerio”. Fu proprio il movimento giovanile a lanciare una campagna contro i capi partigiani che avevano ucciso i fascisti nella guerriglia: nella primavera 1957 il primo ad essere colpito fu il veneto Adriano Venezian, leader della brigata “Cacciatori della Pianura”, vicina alla “Garibaldi”, e tra i promotori della strage di Oderzo, nel Trevigiano, del maggio 1945.
Tornando al movimento giovanile, l’organizzazione di riferimento fu il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori, che ebbe in Roberto Mieville il primo leader, nominato direttamente da Almirante.
Nel 1950 nacque il Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN), l’organizzazione che raggruppava tutti gli studenti universitari vicini al Partito, e nel 1954 la Giovane Italia, il nucleo che faceva capo agli studenti delle scuole superiori. Entrambe furono molto presenti nelle loro istituzioni e, soprattutto, nelle piazze. Il FUAN si batté sin da subito per il reintegro dei professori epurati dopo il 1945 e contro i docenti antifascisti. L’organizzazione nacque il 21 maggio 1950 dall’unione di tutte le numerose sigle del cosmo universitario neofascista ed il suo primo segretario fu Silvio Vitale, a cui successero Angelo Nicosia, Franco Petronio e Lello dalla Bona.
Il primo segretario della Giovane Italia fu Massimo Anderson: lo scopo dell’associazione era quello di risvegliare nei giovani una forte impronta patriottica e nazionalista. Ad Anderson l’anno dopo successe Angelo Nicosia, che ricoprì la carica di segretario fino al 1957 (nel periodo micheliniano di unione delle tre frange giovanili) quando gli successe Fausto Gianfranceschi. La Giovane Italiana era fortemente impegnata nelle manifestazioni per Trieste italiana (sei suoi membri perirono negli scontri con l’esercito inglese nel novembre 1953).
Dopo il quarto congresso, Michelini punì il RGSL per alcune sue uscite (dichiarazioni ed azioni) rendendolo parte integrante del partito, bloccando elezioni e congressi e nominando un solo Segretario per tutte e tre le sigle: come detto, Nicosia fu il leader di riferimento per i giovani missini.
Nel 1948 il MSI fondò il primo gruppo sportivo chiamato “Centro Nazionale Fiamma” ed ebbe in Romualdi il suo ispiratore, in maniera tale che il reclutamento dei giovani potesse avvenire non esclusivamente tramite un approccio politico, ma anche sportivo (il giornale di riferimento fu “Fanfara”).
Come detto, la spinta data da Evola era molto forte tanto da far sostenere ai suoi giovani seguaci che finora avevano creduto in un qualcosa di sbagliato e, non a caso Ordine Nuovo, era un Movimento composto d’istanze intellettuali ed attivistiche molto attrezzate ed avanzate. Il caso del “Centro Studi Ordine Nuovo” è molto importante. Movimento extraparlamentare di ispirazione filonazista nel simbolo e nel motto, l’ascia bipenne nera in un cerchio bianco in una bandiera rossa ricordava quella del partito nazionalsocialista tedesco che significa la realizzazione interna ed esterna dell’uomo unite ad un’unica connessione; lo slogan era “il nostro onore si chiama fedeltà”, mutuato delle SS, le Schutz Staffel, si allontanava di parecchio dal fascismo regime, ma era molto vicino al Partito Fascista Repubblicano della “Carta di Verona”. I nuovi capisaldi politici dei giovani ordinovisti erano Massimo Scaligero e lo stesso Evola, ma anche volti nuovi come Corneliu Codreanu, Réné Guénon ed Ernst Junger, politici e studiosi vicini all’esoterismo ed ai regimi autoritari europei degli anni precedenti l’inizio della Seconda guerra mondiale.
Il 25 aprile 1960 nacque, da una scissione di ON, Avanguardia Nazionale, guidata da Stefano delle Chiaie, che fu il primo movimento a professare la scheda bianca al momento del voto. Era un misto di nazismo, corporativismo, azione, poco evolismo ed un forte europeismo politico, economico e militare.
Per tutti gli anni presi in considerazione, il Movimento Sociale Italiano ha sempre avuto problemi nell’ottenere i finanziamenti necessari alla propria sopravvivenza.
Se gli altri partiti hanno potuto godere dei finanziamenti pubblici e di finanziamenti privati, per il partito neofascista i fondi arrivano solo tramite finanziamenti privati, tramite industriali vicini al fascismo regime come Perfetti, Marinotti della Snia Viscosa, Motta dell’IRI, Marinotti della Montecatini e de Micheli di Confindustria, oppure tramite simpatizzati non compromessi durante il Ventennio.

Hanno inizio gli anni di piombo e la strage di piazza Fontana del 2 dicembre 1969 viene attribuita all’Estrema Destra, ma Almirante, con la “politica del doppiopetto”, riesce a tenere lontano il Movimento Sociale Italiano da una deriva estremista e nel 1972 da vita al MSI-Destra Nazionale alleandosi con i monarchici di Alfredo Covelli e Achille Lauro. Le elezioni politiche del 1972 segnano il massimo storico per il partito che ottiene l’8,7% dei consensi ed elegge 55 deputati e 26 senatori. Il Congresso del 1977, però, provoca la prima frattura con l’ala moderata di Ernesto De Marzio che lascia l’MSI e fonda “Democrazia Nazionale”, una parentesi che non ha avuto futuro e si chiuse nel giro di due anni. Nel frattempo le teorie del francese Alain de Benoist prendono piede anche in Italia e la “Nouvelle Droit” trova voce grazie allo storico Franco Cardini, al politologo Marco Tarchi e all’intellettuale Umberto Croppi, mentre Rauti diventa il leader della “Sinistra Missina”.

Si arriva, poi, al dicembre 1987 quando Almirante, poco prima di morire, lascia la guida del partito al suo “delfino” Gianfranco Fini che traghetta il partito nella Seconda Repubblica. Alle elezioni amministrative del 1993 il Movimento Sociale, grazie a Tangentopoli, viene definitivamente sdoganato dagli elettori: oltre il 40% a Roma e a Napoli con Fini e la Mussolini, sconfitti con onore da Francesco Rutelli e Antonio Bassolino. Dal Congresso di Fiuggi in poi, con la cosiddetta “Svolta di Fiuggi”, da cui nacque Alleanza Nazionale, non si parla più di M.S.I. , che attualmente trova la sua eredità politica perpetuarsi attraverso il Movimento Sociale Europeo, il Movimento Sociale Eurasia ed il Movimento Sociale – Fiamma Tricolore.